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Daria,
ovvero di vento e di luce.
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La
lingua di latta
14
luglio 2011
poesie
di Daria Collovini
atelier
in viale della repubblica 63 - fiume veneto - pn - italia
0039
0434 561978 - 0039 339 7824774
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Ci
sono infinite stanze: si aprono in vertiginosa prospettiva in questa
raccolta di versi di rara bellezza ed intensità, che ha il sapore
minimale ed esistenzialista dei vicoli di Montparnasse (molto sarebbero
piaciuti al vecchio Sartre, specialmente per le domande che fanno
sbocciare sui tanti delusi perché che costellano il firmamento degli
uomini), trasfigurati in un altro dove, che potrebbe essere anche il
nostro, dal momento che il destino di ognuno è impastato d’aria, di
vento e di luce, come di tenebra, di rauca e canto. L’autrice, Daria
Collovini, le attraversa tutte, queste stanze, con silenzioso passo,
sussurrando voci che trasforma in distillati di emozione, sussulti e
reminiscenze che si stemperano sempre in un compostissimo vibrare, in
cui anche il male più intenso può avere musicali risonanze e la gioia
veli di ineffabile malinconia.
Impossibile
rimanere indifferenti a queste carte: appunti scritti a margine di una
vita che si intuisce intensa e appassionata, tanto nella meraviglia
quanto nel dolore; nella sensuale percezione del tutto, che ci confonde
con le colorate trame dell’esistere, e nell’analisi impietosa della
ragione, che ci fa star male perché non ci sottrae alla consapevolezza
di quello che siamo. Per nostra fortuna non c’è nulla di
straordinario, nulla di eroico in questa epopea dell’anima che possa
compromettere con la sua esibita volgarità – così tanto largheggiata
nei tempi squallidi in cui siamo chiamati a vivere! - la bellezza che si
cela dietro l’apparente ordinarietà della vita, che l’autrice
raccoglie ovunque, tra le pieghe di un cuscino sgualcito, o nelle
invisibili dita del vento che le scompiglia e rannoda i capelli:
immagini consuete che la sua penna sa trasformare in varchi di coscienza
capaci di conferire ad ogni epifania il sapore di un’umanità
riconquistata, perduta ma ritrovata, difesa con coraggio e straordinaria
fermezza.
Scatti
in bianco e nero, profili dell’anima rubati alla penombra
dell’esistere, dove la freddezza della logica che pretende di
conoscere il senso delle umane cose cede sempre il passo al mistero che
invece non si sa spiegare, tra lo struggimento dei naufragi e
l’insperata luce degli approdi: sono questi i segni che l’autrice
lascia cadere nella spirale delle sue odissee quotidiane, nelle ferite
mai guarite e quindi feconde di canto della sua biografia, paradigma di
molteplici vite che si sovrappongono dentro i contorni di una vita sola,
la sua, la nostra, si intersecano, si confondono fino a formare la trama
di una universale e sempre inesausta sete d’esistere, rivendicata con
coraggio e appassionata voce, anche contro ogni evidenza, anche malgrado
ogni conclamato vaticinio del fato, degli uomini, delle circostanze.
Raccoglierli per noi lettori significa avvicinarsi agli universi
interiori dell’autrice, sfiorando quell’incerto limite tra la veglia
vigile e la visione sognata che traccia il sentiero luminescente della
sua poesia, fatta di oggetti, ricordi, sensazioni, immagini, sapori.
Dettagli. Perché nel dettaglio si cela la verità, che occhieggia in
insperate ed inimmaginabili specole, sul ciglio di una strada asfaltata,
nello sferragliare di una vecchia bicicletta, nell’affanno umido e
sudato dell’estate. Nell’ombra di un giardino d’inverno. Tra occhi
di madre e mani di padre si inscrive un magma di affetti, reminiscenze,
paure, trepidanti attese, illuse disillusioni, arditissimi voli.
Speranze. Amori.
E
ci accorgiamo solo alla fine che da donna qual è Daria dipana, come
soltanto a una donna è dato fare nel suo evocativo sentire, le stagioni
di ogni tempo, quello che è stato e quello al di là da venire.
Sensazioni che lasciano intuire quella inappagata ansia di salvezza, o
forse di redenzione, che è in definitiva il prodigio di cui sola è
capace la vera Poesia.
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