| LA CITTA’ SOGNATA
Non è facile avvicinarsi a una città: chi lo fa in modo superficiale e turistico rischia di non saper andare oltre le apparenze, mentre chi la conosce non sempre mantiene quella semplicità dello sguardo che è il vero segreto per andare a cogliere il cuore di ogni aspetto della realtà e a maggior ragione quello di un universo urbano. Se questo è comunque vero per uno scrittore come per un pittore o un regista, è a maggior ragione un problema per il fotografo che dispone di un mezzo meno duttile, nel senso che è tecnicamente portato a rappresentare la città esattamente come appare, ma non necessariamente come è. Per andare oltre i limiti del mezzo, dunque, il fotografo deve vestire i panni dell’intellettuale complessivo, curioso dei tanti possibili piani che rendono leggibile quanto sta di fronte a lui e insieme disponibile a sperimentare linguaggi diversi che rendano possibile tale lettura. Infatti, per quanto possano essere interessanti le immagini di architettura che esaltino le caratteristiche degli edifici evidenziando la linearità delle scelte urbanistiche e possa essere giusto ricorrere ai ritmi narrativi del reportage per raccontare come gli spazi vengono vissuti dagli abitanti, ci si può aspettare qualcosa d’altro. Euro Rotelli ha scelto di indagare in questo "qualcosa d’altro" spostando la sua e la nostra attenzione verso una particolare dimensione, quella di un vissuto onirico, con un modo colto e raffinato di guardare la realtà usando la fotografia per quello che in ultima analisi è, cioè un mezzo dotato di un linguaggio dalle multiformi sfumature. Proprio il fatto di dover affrontare un soggetto complesso l’ha infatti indotto a ricorrere a una pellicola apparentemente semplice - la Polaroid a sviluppo immediato - su cui si possono però realizzare moltissimi interventi che la rendono in qualche modo particolarmente viva. Basterebbe immaginare queste fotografie scattate con una normale pellicola e stampate nel modo tradizionale con ogni elemento a fuoco e ogni prospettiva immediatamente leggibile, per capire che ci sarebbe stata restituita un’immagine della città e dei suoi dintorni priva del fascino che, invece, qui dimostra. Rotelli ha subito capito che il rischio maggiore poteva essere quello della ripetizione e ha quindi spostato le sue prospettive creando un percorso visivo che non concede nulla al prevedibile: si sofferma su alcuni aspetti paesaggistici con alberi e arbusti che si rispecchiano nell’acqua che fluisce lenta, poi sostituisce al letto del fiume la larghezza di una strada su cui passeggiano pigri cittadini e al muro di foglie le facciate delle case. Nella loro diversità, le immagini conservano lo stesso rigore compositivo e finiscono, somigliandosi, per compenetrarsi come fossero possibili alternative della stessa realtà. La visione ariosa e frontale - l’edificio allungato della stazione, quello svettante di una chiesa, la facciata a elementi convessi di un palazzo del centro - prelude a uno sguardo più ravvicinato quando il fotografo coglie le geometrie che scandiscono la facciata di un cinema o il portone di una chiesa sotto cui siede una mendicante, la presenza iperrealista di uno scooter appoggiato a una parete, i manifesti appena riconoscibili di qualche film di successo. In una città dove la presenza umana è appena accennata, le prospettive si fanno ardite: il campanile attraversa l’immagine in diagonale, i portici sembrano muoversi su se stessi per accentuare il senso di profondità cui alludono, una piazza appare in tutta la sua teatrale bellezza esaltata da un’arcata in primo piano che fa da quinta alla visione. Davvero degna di attenzione è la scelta estetica perché anche in questo caso Euro Rotelli ha sottoposto la pellicola a diversi interventi manipolatori, senza cadere mai nel prevedibile e nel dejà vu: per spiegare tutto ciò basterebbe osservare alcune immagini simili nella scelta del soggetto - un paesaggio con fiume, la facciata di una chiesa sul cui sagrato svettano alcune colonne, una strada nel momento del passeggio - ma assolutamente diverse per le dominanti cromatiche che sono di volta in volta calde in modo acceso o assolutamente gelide. Attento conoscitore delle reazioni, peraltro spesso imprevedibili, dell’emulsione polaroid, il fotografo interviene con forti sottolineature quando vuol creare delle cornici di colore, con tocchi lievi quando vuole rendere più dinamica una superficie vasta come quella di un cielo, con interventi più generali che sembrano alludere al puntinismo dei Divisionisti, alla leggerezza degli Impressionisti, al dinamismo dei Futuristi e non è un caso che gli esiti più insoliti si possono ritrovare nelle ombre che si tingono delle tonalità più imprevedibili e affascinanti. Ciò che resta, alla fine, è un’atmosfera di sottile mistero che ricorda quella dei sogni. Le facciate delle villette residenziali dipinte a colori pastello riprendono le linee costruttive delle vecchie fabbriche ora dimesse ma non del tutto abbandonate dalla memoria cittadina, più in là due personaggi compaiono improvvisamente nelle immagini e si fa fatica a capire che uno, con in mano una viola da gamba, è in realtà il fantasma di un’immagine tratta da una mostra fotografica, mentre quello che si osserva riflesso in uno specchio è vero e autentico. Poi appare, improvvisa e sfrontata come una sfida, una scritta con un disegno e la parola PUNK in giallo che risalta su una parete di mattoni grigi. E’ una sorta di grido, ma appare sommesso e perfino poetico, come se qui anche le grida più acute non possano permettersi mai neppure il lusso di una eco. ROBERTO MUTTI (introduzione catalogo LA CITTA' SOGNATA, catalogo commissionato da A.S.C.O.M.Pordenone) |